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Durante gli scavi del Tempio urbano di Uni, all’interno di uno dei muri di fondazione, sono stati ritrovati due frammenti ceramici riconducibili al collo e all’orlo di un’unica anfora in bucchero. I due frammenti riportano una parola ciascuno. Sulla base dei dati archeologici e del tipo di scrittura, è possibile datare le epigrafi attorno al 500 a.C. Una delle due parole è spural, cioè “della comunità”, e si riferisce al concetto di città intesa come collettività organizzata dal punto di vista sociale e istituzionale, ricalcando il concetto latino di civitas. Questo si contrappone ad un altro termine etrusco “per città”, methlum, che ne denota l’aspetto edilizio e infrastrutturale, corrispondente alla urbslatina. Data la cronologia del documento, questa di Marzabotto è una delle più antiche testimonianze del termine spura.

L’altra parola è kainu, terza attestazione incompleta del poleonimo Kainua. L’ipotesi più accreditata prevede che del testo, forse in origine più esteso, siano state scelte queste due parole nel corso di un rituale, durante la fondazione del tempio. Protagonista era l’intera comunità di Kainua, il suo spura. Secondo un’altra ipotesi, invece, le iscrizioni sui due frammenti sarebbero state graffite dopo la rottura del vaso durante la cerimonia. Pregnante la scelta dell’anfora come supporto scrittorio, in quanto legata al consumo collettivo del vino a scopo rituale. L’atto, compiuto dall’intera Kainua, evidenzia la forte dimensione civica del sacro nella città.