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La psicologa, nella sua veste di persona che si prende cura di persone, ha bisogno di trovare una identità corretta per le persone di cui si sta prendendo cura

Si è parlato di “paziente”, espressione che definisce correttamente il mio interlocutore come  persona-che-prova-emozioni (dal greco antico: πάθος , pathos; e dall’equivalente latino: patiens). Tuttavia il termine è stato deformato e banalizzato in quello di portatore-di-malattia (l’avere subito una fattura negativa, con cui in effetti non ha nulla a che fare) per la opportunità di una parte della medicina, che peraltro oggi tende ad abbandonarlo

A metà Novecento, Carl Rogers sceglie piuttosto il termine di “cliente”, intendendo una persona consapevole di se, che non riceve l’eventuale guarigione da parte di uno scienziato-mago superiore la quale interviene dall’alto della sua potenza sapienziale (quale è il modello del mago della scienza). Però questa espressione, cocciutamente sostenuta da Rogers, viene in seguito progressivamente messa da parte a motivo dell’imbarazzo di psicologi timidi, le quali non vogliono passare per professionisti interessati al denaro (meglio che non si veda) preferendo piuttosto apparire come qualcosa di più missionario e dilettantesco (talvolta riuscendoci benissimo)

Personalmente, considero sempre la persona con cui interagisco come “apprendista”. Non immagino la psicologa come superiore o più scientifica del suo allievo. Ci vedo solo una variazione di grado, tra me e lei, dovuta al diverso grado di esperienza (sapienziale?) tra di noi, che siamo sostanzialmente due colleghe, entrambi in formazione

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