Il mio Totem ha le corna, sono ali di rondine. Graffiti e geroglifici con motorini d'operai. Sonagli di Hare Krishna e reliquie aborigene delle anguriare di nord est. Il mio Totem ha un piedistallo di Ora Pro Nobis e nelle tasche le frittelle di carnevale, ed io lo evoco con un mantra che è un misto tra il dialetto indigeno ed il ritornello di Jesahel. Il suo cuore ha tutti i colori del Sudamerica, ed un boa di struzzo gli cade dal collo, come le ballerine del Crazy Horse. Le sue radici affondano nelle campagne non distanti dalle rive del Po, i suoi rami si propagano verso la mesosfera. È adornato con piume di gallo e di pavone, lo stesso pavone che seguiva il corteo funebre di Tony, accompagnandolo al camposanto come un Faraone. Il mio Totem è il guardiano di un tempo quasi definitivamente perduto, ma che si ripete all'infinito da qualche parte, in qualche luogo, dentro qualche angolo di Universo, nelle mie cellule, in molti dei miei modi di pormi dinnanzi al mondo.