Care amiche e cari amici,
la notizia principale di queste ultime ore è indubbiamente l’indagine della procura di Milano sui ciclofattorini (o rider, a dir si voglia). Senza nulla togliere al dibattito sui sottosegretari del governo Draghi o sul cosiddetto fronte dei sindaci interno al Partito Democratico – ne parleremo più avanti e anche nel podcast – è chiaro a tutti che siamo davanti a un’inchiesta di portata storica che ha effetti immediati sulla vita reale di 60 mila persone e che riporta finalmente al centro del dibattito pubblico il tema del lavoro.
Le indagini della procura di Milano hanno portato a un risultato immediato: un’ingiunzione verso le più grandi imprese digitali del settore che dovranno assumere 60 mila persone, inquadrandole con contratti di collaborazione continuata e continuativa. Non solo, le imprese dovranno adempiere alle assunzioni entro 90 giorni e pagare una multa di 733 milioni di euro per le violazioni delle leggi vigenti.
Un’inchiesta che ha fatto emergere una realtà di brutale sfruttamento, legata all’imposizione del cottimo e alla penalizzazione dei lavoratori meno efficienti.
Un lavoro di indagine che ha anche il merito di mostrarci la grandezza del fenomeno nelle sue reali dimensioni, individuando ben sessantamila lavoratori contro i 25 mila sinora ipotizzati.
Questa mattina, come spesso avviene, sono due giornali come Avvenire e Il Manifesto a inquadrare bene il tema di cui stiamo parlando.
Ora è bene essere chiari. Soprattutto in questo momento in cui si sprecano le parole per ridefinire la natura e l’identità del Partito Democratico.
La questione dei ciclofattorini solleva il grande tema dei diritti dei lavoratori che dovrebbe stare al centro della discussione del PD. Un partito che dovrebbe essere punto di riferimento per quei lavoratori in carne e ossa che sono sfruttati e sottopagati.
Non basta più indignarsi per la condizione schiavile di questi lavoratori, è il tempo di lottare perché diventino cittadini, il tempo di difenderli e rappresentarli. Questo dovrebbe essere il compito e la missione del Partito Democratico!
Con l’indagine di Milano finisce la farsa del lavoro autonomo e dell’autonomia dei ciclofattorini e della totale deresponsabilizzazione delle imprese digitali riguardo alle condizioni di lavoro e al trattamento dei lavoratori. E ha un effetto dirompente rendendo evidente a tutti l’insostenibilità di uno sfruttamento che si regge sulla totale irresponsabilità del datore di lavoro, nascosto dietro un astratto e impersonale algoritmo.
Ma deve far riflettere che una situazione come questa, da anni sotto gli occhi di tutti nel dibattito pubblico, all’inizio esaltata così come tutto il sistema della presunta disintermediazione del lavoro, è stata scoperchiata da un’inchiesta della magistratura.
La politica si è mostrata sino ad ora incapace di intervenire per tempo e di vedere la realtà dei fatti. Si è mostrata troppo spesso abbacinata da una modernità astratta.
Qui torniamo alle parole. Cosa significano termini come riformismo e modernità nel contesto attuale e nel dibattito del PD e della sinistra? Slegati dalla realtà possono significare tutto e niente. Riformismo e modernità sono parole vuote, a volte pericolose, se non hanno una immediata traduzione nella vita reale delle persone.
Per me è riformista tutelare i diritti di tutti i lavoratori. È modernità regolare la tassazione dei giganti digitali.
Insomma, ricostruire un profilo politico e culturale del PD non può prescindere dall’avere una sensibilità nuova verso le persone, il loro lavoro e la vita reale. C’è la necessità di non restare succubi di un’idea regressiva di futuro che un’egemonia culturale troppo ottimistica tende a nascondere.
Prima di tutto per la sinistra deve esserci lo stare dalla parte dei lavoratori, di chi ha meno tutele e di chi soffre per guadagnare due soldi.
Bisogna incivilire la trasformazione digitale dei rapporti di lavoro, rendendo visibile quello che i lavoratori stanno perdendo in termini di conquiste e diritti e una vertenza politica in parlamento e negli enti locali.
La proposta della CGIL di un nuovo statuto di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori è un tema che il Partito Democratico deve mettere al centro della sua discussione e del suo attuale dibattito. In un mondo del lavoro che cambia rapidamente, servono diritti universali per tutti, siano essi lavoratori dipendenti, autonomi, partite iva, atipici o flessibili.
Non può esserci una svolta sulle politiche di austerità se non è accompagnata da un cambiamento profondo nella tutela dei lavoratori.
La questione del lavoro deve essere messa al centro della discussione di tutto il partito il più rapidamente possibile.
Sono temi di cui stiamo discutendo anche in queste ore assieme a Goffredo Bettini e ad altri amici e compagni del Partito Democratico, con cui stiamo costruendo un’area politica di discussione e approfondimento.
Non vi rubo altro tempo e aggiungo rapidamente due cose che trovate nel podcast.
Congo
Il Congo è sparito rapidamente dalle prime pagine dei giornali. Nelle ultime ore sono morti altri 15 civili non lontano da dove lunedì sono stati uccisi l’ambasciatore italiano in Congo, Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci, membro della scorta di Attanasio, e l’autista dell’auto su cui i due viaggiavano, Mustapha Milambo.
La disattenzione generale che ha l’Europa (e la politica) rispetto a ciò che avviene in Africa è sorprendente e miope.
“Letture”, la rassegna stampa domenicale della newsletter, sarà dedicata a questo. E nelle prossime settimane cercheremo di organizzare momenti di approfondimento e studio su questi temi.
Sottosegretari e “partito dei sindaci”
La questione dei sottosegretari non mi appassiona. Così come non mi appassiona la diatriba contro Zingaretti innescata dal cosiddetto partito dei sindaci all’interno del Partito Democratico.
Stiamo ai fatti. Siamo in un governo anomalo, di “unità nazionale” che mette insieme partiti e forze che normalmente sono divisi. Per noi l’unica prospettiva vera è aprire una fase costituente sulle grandi questioni di questo tempo. Anche perché dopo che il governo Draghi avrà affrontato la pandemia, il Next Generation UE e alcune delle riforme di cui abbiamo bisogno, dovremo tornare a una normale dialettica democratica. Ci riusciremo? Non lo so, certamente non ci riusciremo se continueremo a discutere di sottosegretari ed altro. Sarebbe il caso di impiegare le energie per definire quale contributo il PD deve dare al governo Draghi per una Pubblica amministrazione e giustizia efficiente, per un fisco davvero progressivo, per una solida sanità pubblica sui territori.
Lunedì scorso, sulle colonne de “La Nazione”, sono stato intervistato dalla direttrice Agnese Pini. Qui trovate l’articolo.
Concludo condividendo con voi la relazione di Nicola Zingaretti alla Direzione nazionale del Partito Democratico. Sono parole che sottoscrivo pienamente (cliccate sull’immagine qui sotto per collegarvi al video).
Per oggi è tutto, buona serata.Enrico