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Mentre Germania, Francia e Spagna, i nostri grandi partner europei - con una serie di visite dei rispettivi capi di governo -, negli ultimi mesi hanno rilanciato le relazioni con Pechino, l’Italia sembra “snobbare” la Cina.

La prima e, finora, ultima visita di Giorgia Meloni risale a due estati fa, e la presidente del Consiglio non ha in programma viaggi a Pechino nella stagione che si è aperta ormai da un po’, quella in cui gli esecutivi delle economie più avanzate hanno iniziato a cercare nuovi accordi di cooperazione industriale con e di rilancio dell’export in Cina, consapevoli che il gigante asiatico continuerà a crescere nei prossimi anni a ritmi relativamente sostenuti, e con esso i suoi mercati di consumatori.

Nella capitale cinese il mese prossimo sbarcherà Donald Trump, anch’egli intenzionato a sottoscrivere accordi economici in linea con la sua agenda “America First”.

L’Italia invece - dopo aver pilatescamente cancellato il memorandum sulla via della Seta sottoscritto con Pechino dal Conte I - ha prima rispolverato un partenariato strategico di berlusconiana memoria e poi tirato fuori un piano d’azione triennale di cui si ignorano passaggi concreti e risultati raggiunti finora.

Quali sono le ragioni per cui Pechino sembra così più lontana da Roma che da Parigi, Berlino o Madrid? Ne abbiamo discusso in questo podcast di Rassegna Cina con Alberto Bradanini, già ambasciatore della Repubblica italiana nella Repubblica popolare cinese e presidente del Centro studi sulla Cina contemporanea.

Buon ascolto.



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