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L’uomo del lago

Nel 1962, Carlo Riva aveva quarant’anni. Quarant’anni è l’età in cui un uomo sa chi è, cosa vuole, e quanto pesa sulle sue spalle il nome che porta. Per Carlo, quel nome pesava 120 anni di storia: dal 1842, quando il suo bisnonno Pietro aveva fondato un piccolo cantiere sul Lago di Como, riparando barche di pescatori e costruendo a mano le prime imbarcazioni. Quattro generazioni di Riva che avevano fatto del legno e dell’acqua la loro ragione di vita.

Ma Carlo non voleva solo continuare una tradizione. Voleva scrivere un nuovo capitolo, uno che il mondo non avrebbe dimenticato. Aveva ereditato dal padre Serafino non solo l’azienda, nel frattempo trasferitasi a Sarnico sul Lago d’Iseo, ma un’ossessione: ogni barca doveva essere perfetta, ogni dettaglio doveva raccontare una storia. Il legno non era solo materiale da costruzione, era pelle. I motori non erano solo meccanica, erano cuore. E una barca non era solo un mezzo di trasporto – era un modo di vivere.

Guardando il Tritone, il modello che dal 1950 aveva portato il nome Riva nei porti più esclusivi d’Europa, Carlo sapeva che poteva fare di più. Doveva fare di più. Il mondo stava cambiando, veloce come mai prima. E lui voleva che il suo nome, il nome di famiglia che portava dal 1842, diventasse sinonimo non solo di qualità, ma di desiderio.

L’epoca che cambiava tutto

Il 1962 non era un anno qualunque. Era l’anno in cui l’Italia smetteva definitivamente di essere il Paese della ricostruzione e diventava il Paese del sogno. Le autostrade collegavano Nord e Sud, la televisione entrava in ogni casa, la Vespa dava mobilità ai giovani, il cinema di Fellini mostrava al mondo che la Dolce Vita non era solo un titolo di film, ma un modo di essere.

E poi c’era il Mediterraneo. Le coste della Liguria, la Costa Azzurra, stavano diventando i palcoscenici di una nuova aristocrazia – non quella dei titoli nobiliari, ma quella dello stile. A Saint-Tropez, Brigitte Bardot camminava scalza sul pontile, incarnando una libertà che un’intera generazione stava scoprendo. A Portofino, yacht eleganti ormeggiavanо sotto all’Hotel Splendido, mentre Gianni Agnelli definiva con il suo stile inconfondibile cosa significasse vera eleganza. Ad Antibes, Sean Connery, fresco del successo di James Bond, scopriva che il vero lusso non urlava, sussurrava.

In quegli anni, possedere un Riva non significava solo avere una barca bella. Significava appartenere a un circolo invisibile ma riconoscibilissimo: quello di chi aveva capito che la vita andava vissuta con eleganza, non con ostentazione. Con discrezione, non con rumore. Con sostanza, non con apparenza.

Carlo Riva lo capiva. Lo sentiva. Quelle persone – le star del cinema, gli industriali, gli artisti – non cercavano solo un oggetto. Cercavano un riflesso di sé stessi, un’estensione del proprio stile di vita. Volevano qualcosa che dicesse al mondo: “Io so cosa conta davvero.”

Lipicar: il quaderno di appunti galleggiante

Carlo prese il Tritone numero 214 e lo ribattezzò Lipicar. Il nome veniva dalle iniziali delle sue due figlie, Lia e Pia, e dalla sua stessa iniziale. Non era solo un omaggio familiare, era un manifesto: questa barca era personale, intimamente legata alla sua vita, al suo cuore. Non era un esperimento industriale, era il suo sogno che prendeva forma.

Lipicar divenne il suo laboratorio vivente. Lo usava per tutto: collaudi tecnici sul lago, prove con clienti selezionati che voleva conquistare personalmente, sessioni fotografiche per cataloghi che dovevano essere opere d’arte, non semplice pubblicità. E lo usava per le vacanze in famiglia, navigando sulle acque del Lago d’Iseo con le figlie a bordo, provando ogni dettaglio, ogni soluzione, ogni comfort.

Perché Carlo aveva capito una cosa fondamentale: per costruire un oggetto che le persone avrebbero amato, doveva prima amarlo lui stesso. Doveva sentire sulla propria pelle ogni difetto, ogni possibile miglioramento. Il prendisole del Tritone era solo un cuscino, utilizzabile quando la barca era all’ancora. Carlo volle di più: creò uno spazio scavato sopra il vano motore, protetto, dove le figlie potevano crogiolarsi al sole anche durante la navigazione. Non era un accessorio tecnico, era un gesto d’amore.

I sedili anteriori furono separati per dare libertà di movimento. La poppa venne ripensata con un passaggio antiscivolo per facilitare la risalita dopo il bagno – perché ogni momento a bordo doveva essere piacere, non fatica. Il musone di prua divenne più affusolato, più aggressivo, quasi una dichiarazione d’intenti: questa barca voleva andare avanti, sempre più avanti.

E poi c’era il mogano. Carlo selezionava personalmente ogni tavola, studiava ogni venatura, ordinava di lucidare ogni centimetro fino a quando il legno non diventava liquido sotto la luce. Non era falegnameria, era scultura. Non era produzione, era devozione.

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Novembre 1962: nasce l’Aquarama

Quando nell’autunno del 1962 Carlo Riva presentò l’Aquarama al Terzo Salone Internazionale della Nautica di Milano, sapeva di avere tra le mani qualcosa di speciale. Il nome stesso era una provocazione elegante: “Aquarama” evocava il Cinerama, quegli schermi panoramici americani che stavano rivoluzionando il cinema. Il parabrezza avvolgente abbracciava chi era al timone esattamente come quegli schermi giganti avvolgevano gli spettatori. Solo che qui il film era la vita stessa.

Otto metri e due centimetri di seduzione pura. Ogni dettaglio sussurrava lusso senza mai urlarlo: il cruscotto in mogano con il volante Chrysler personalizzato, la capotte a mantice, la scaletta da bagno, gli interni in pelle. E sotto il ponte, due motori Crusader V8 da 185 cavalli che spingevano questo capolavoro fino a 40 nodi. Il sound era inconfondibile – un brontolio profondo che annunciava l’arrivo prima ancora che la barca fosse visibile.

Il mercato rispose immediatamente. Ventuno esemplari venduti già nel 1963. Ma i numeri raccontavano solo una parte della storia. L’altra parte la raccontavano le fotografie che cominciarono ad apparire sulle riviste: Brigitte Bardot con gli occhiali da sole a bordo di un Aquarama a Saint-Tropez, il sorriso complice di chi sa di essere nel posto giusto. Sophia Loren a Portofino, Sean Connery ad Antibes, tra un film di Bond e l’altro. E Anita Ekberg con i sedili zebrati, fatti apposta per lei, e Peter Sellers con Britt Ekland. L’Aquarama era diventato il protagonista silenzioso della Dolce Vita.

Il piacere di vivere

L’Aquarama non era trasporto, era teatro. Ogni arrivo in un porto era una scena, ogni partenza una promessa. Carlo aveva capito qualcosa che andava oltre l’ingegneria: aveva capito che le persone non comprano oggetti, comprano emozioni. Comprano l’idea di chi potrebbero essere, di come potrebbero vivere.

Possedere un Aquarama significava entrare in quel mondo dorato che si muoveva tra Saint-Tropez, Portofino, Cannes, Antibes. Significava condividere un codice non scritto: qualità sulla quantità, discrezione sull’apparenza, sostanza sullo show. Significava appartenere a quell’élite invisibile ma riconoscibilissima che aveva scelto di vivere la vita come un’opera d’arte.

E Carlo era lì, al centro di tutto questo. Non come un semplice costruttore di barche, ma come un artigiano del desiderio. Ogni Aquarama che usciva dal cantiere di Sarnico portava con sé un pezzo della sua visione, del suo amore per la perfezione, del suo rispetto per una tradizione che dal 1842 aveva fatto del nome Riva sinonimo di eccellenza.

Le sue barche non erano produzione di massa, erano artigianato industrializzato – quel paradosso tutto italiano dove ogni componente era intercambiabile, ogni esemplare controllato con ossessione maniacale, eppure ognuno conservava un’anima unica. Non barche da sostituire ogni stagione, ma oggetti da tramandare di generazione in generazione.

L’eredità di un sognatore

Dal 1962 al 1996, l’Aquarama continuò a evolversi. Arrivarono le versioni Super, Special, Lungo – 769 esemplari in totale attraverso tutte le varianti. Tra questi, uno merita un racconto a parte: l’Aquarama Lamborghini del 1968, commissionato da Ferruccio Lamborghini che volle qualcosa di unico. Due motori V12 da 350 cavalli derivati dalla Lamborghini 350 GT. Il suono era apocalittico, il ruggito baritonale dei V12 riempiva le banchine. Era il Riva più veloce mai costruito – un ibrido perfetto tra la visione di Carlo e il genio automobilistico di Ferruccio.

Ma la vera eredità di Carlo Riva non si misura in numeri o in velocità. Si misura in quella sensazione che provi ancora oggi quando un Aquarama entra in un porto e il tempo si ferma. Le conversazioni si interrompono. Gli smartphone si alzano. Perché quello che passa non è una barca d’epoca – è un frammento di un’epoca che non è mai davvero finita.

Carlo Riva non costruì solo barche. Costruì il riflesso di un’idea: che la vita può essere vissuta con bellezza, che il lusso vero è precisione non ostentazione, che lo stile è sostanza non decorazione. Costruì oggetti che incarnavano il piacere di vivere – quel piacere che Bardot, Connery e migliaia di altre persone cercavano nelle acque turchesi del Mediterraneo.

Sessantatré anni dopo, quella promessa continua a navigare. Lucida come il mogano al tramonto, eterna come l’idea di perfezione che l’ha generata. E ogni volta che senti quel brontolio profondo di un Aquarama che lascia il molo, senti ancora la voce di Carlo Riva che sussurra: “Non per apparire, ma per vivere davvero.”

Perché alcune cose non passano mai di moda. Semplicemente, splendono. Come splendeva il Lago d’Iseo quando nel 1842 Pietro Riva fondò il primo cantiere a Sarnico. Come splende ancora oggi, quando un Aquarama attraversa quelle stesse acque, portando con sé la memoria di Carlo – l’uomo che trasformò una tradizione di famiglia in leggenda, credendo che la bellezza fosse l’unica via.

In occasione del 63° anniversario della presentazione al Terzo Salone Internazionale della Nautica di Milano, novembre 1962.

Si ringrazia Bellini Classic per la concessione delle immagini.

by Andrea Baracco

(English Follows)

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Aquarama: 63 Years of Allure

The Man of the Lake

In 1962, Carlo Riva was forty years old. Forty is the age when a man knows who he is, what he wants, and how heavy the name he carries weighs on his shoulders. For Carlo, that name weighed 120 years of history: since 1842, when his great-grandfather Pietro had founded a small boatyard on Lake Como, repairing fishermen’s boats and hand-building the first vessels. Four generations of Rivas who had made wood and water their reason for living.

But Carlo didn’t just want to continue a tradition. He wanted to write a new chapter, one the world would never forget. He had inherited from his father Serafino not only the company, in the meantime moved to Sarnico on Lake Iseo, but an obsession: every boat had to be perfect, every detail had to tell a story. Wood wasn’t just building material, it was skin. Engines weren’t just mechanics, they were heart. And a boat wasn’t just a means of transportation – it was a way of life.

Looking at the Tritone, the model that since 1950 had carried the Riva name to the most exclusive ports in Europe, Carlo knew he could do more. He had to do more. The world was changing, faster than ever before. And he wanted his name, the family name he had carried since 1842, to become synonymous not only with quality, but with desire.

The Era That Changed Everything

1962 wasn’t just any year. It was the year Italy definitively stopped being the country of reconstruction and became the country of dreams. Highways connected North and South, television entered every home, the Vespa gave mobility to the young, Fellini’s cinema showed the world that La Dolce Vita wasn’t just a film title, but a way of being.

And then there was the Mediterranean. The Ligurian coast, the French Riviera, were becoming the stages of a new aristocracy – not one of noble titles, but of style. In Saint-Tropez, Brigitte Bardot walked barefoot on the pier, embodying a freedom an entire generation was discovering. In Portofino, elegant yachts moored in front of the Hotel Splendido, while Gianni Agnelli defined with his unmistakable style what true elegance meant. In Antibes, Sean Connery, fresh from the success of James Bond, discovered that true luxury didn’t shout, it whispered.

In those years, owning a Riva didn’t just mean having a beautiful boat. It meant belonging to an invisible but instantly recognizable circle: that of those who understood that life should be lived with elegance, not ostentation. With discretion, not noise. With substance, not appearance.

Carlo Riva understood this. He felt it. Those people – movie stars, industrialists, artists – weren’t just looking for an object. They were looking for a reflection of themselves, an extension of their lifestyle. They wanted something that would tell the world: “I know what really matters.”

Lipicar: The Floating Notebook

Carlo took Tritone number 214 and renamed it Lipicar. The name came from the initials of his two daughters, Lia and Pia, and his own. It wasn’t just a family tribute, it was a manifesto: this boat was personal, intimately connected to his life, to his heart. It wasn’t an industrial experiment, it was his dream taking shape.

Lipicar became his living laboratory. He used it for everything: technical trials on the lake, tests with selected clients he wanted to win over personally, photo sessions for catalogs that had to be works of art, not simple advertising. And he used it for family vacations, navigating the waters of Lake Iseo with his daughters aboard, testing every detail, every solution, every comfort.

Because Carlo had understood something fundamental: to build an object people would love, he had to love it himself first. He had to feel on his own skin every flaw, every possible improvement. The Tritone’s sundeck was just a cushion, usable when the boat was at anchor. Carlo wanted more: he created a space carved out above the engine compartment, protected, where his daughters could bask in the sun even while navigating. It wasn’t a technical accessory, it was an act of love.

The front seats were separated to give freedom of movement. The stern was rethought with a non-slip passage to facilitate climbing back aboard after swimming – because every moment on board had to be pleasure, not effort. The bow became more streamlined, more aggressive, almost a declaration of intent: this boat wanted to go forward, always forward.

And then there was the mahogany. Carlo personally selected every plank, studied every grain, ordered every inch polished until the wood became liquid under the light. It wasn’t carpentry, it was sculpture. It wasn’t production, it was devotion.

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November 1962: The Aquarama Is Born

When in autumn 1962 Carlo Riva presented the Aquarama at the Third International Boat Show in Milan, he knew he had something special in his hands. The name itself was an elegant provocation: “Aquarama” evoked Cinerama, those panoramic American screens that were revolutionizing cinema. The wraparound windshield embraced whoever was at the helm exactly as those giant screens enveloped spectators. Except here the film was life itself.

Eight meters and two centimeters of pure seduction. Every detail whispered luxury without ever shouting it: the mahogany dashboard with the customized Chrysler steering wheel, the accordion canopy, the swimming ladder, the leather interiors. And beneath the deck, two Crusader V8 engines of 185 horsepower that pushed this masterpiece up to 40 knots. The sound was unmistakable – a deep rumble that announced arrival before the boat was even visible.

The market responded immediately. Twenty-one units sold already in 1963. But the numbers told only part of the story. The other part was told by the photographs that began appearing in magazines: Brigitte Bardot with sunglasses aboard an Aquarama in Saint-Tropez, the knowing smile of someone who knows they’re in the right place. Sophia Loren in Portofino, Sean Connery in Antibes, between one Bond film and another. And Anita Ekberg with zebra-striped seats, made especially for her, and Peter Sellers with Britt Ekland. The Aquarama had become the silent protagonist of La Dolce Vita.

The Pleasure of Living

The Aquarama wasn’t transportation, it was theater. Every arrival in port was a scene, every departure a promise. Carlo had understood something that went beyond engineering: he had understood that people don’t buy objects, they buy emotions. They buy the idea of who they could be, how they could live.

Owning an Aquarama meant entering that golden world that moved between Saint-Tropez, Portofino, Cannes, Antibes. It meant sharing an unwritten code: quality over quantity, discretion over appearance, substance over show. It meant belonging to that invisible but instantly recognizable elite that had chosen to live life as a work of art.

And Carlo was there, at the center of it all. Not as a simple boat builder, but as a craftsman of desire. Every Aquarama that left the Sarnico boatyard carried with it a piece of his vision, his love for perfection, his respect for a tradition that since 1842 had made the Riva name synonymous with excellence.

His boats weren’t mass production, they were industrialized craftsmanship – that uniquely Italian paradox where every component was interchangeable, every unit controlled with maniacal obsession, yet each one retained a unique soul. Not boats to replace every season, but objects to pass down from generation to generation.

The Legacy of a Dreamer

From 1962 to 1996, the Aquarama continued to evolve. The Super, Special, and Lungo versions arrived – 769 units in total across all variants. Among these, one deserves a story of its own: the 1968 Lamborghini Aquarama, commissioned by Ferruccio Lamborghini who wanted something unique. Two V12 engines of 350 horsepower derived from the Lamborghini 350 GT. The sound was apocalyptic, the baritone roar of the V12s filled the docks. It was the fastest Riva ever built – a perfect hybrid between Carlo’s vision and Ferruccio’s automotive genius.

But Carlo Riva’s true legacy isn’t measured in numbers or speed. It’s measured in that feeling you still get today when an Aquarama enters a port and time stops. Conversations are interrupted. Smartphones rise. Because what’s passing by isn’t a vintage boat – it’s a fragment of an era that never truly ended.

Carlo Riva didn’t just build boats. He built the reflection of an idea: that life can be lived with beauty, that true luxury is precision not ostentation, that style is substance not decoration. He built objects that embodied the pleasure of living – that pleasure Bardot, Connery, and thousands of others sought in the turquoise waters of the Mediterranean.

Sixty-three years later, that promise continues to navigate. Polished like mahogany at sunset, eternal like the idea of perfection that generated it. And every time you hear that deep rumble of an Aquarama leaving the dock, you still hear Carlo Riva’s voice whispering: “Not to appear, but to truly live.”

Because some things never go out of fashion. They simply shine. As Lake Iseo shone when in 1842 Pietro Riva founded the first boatyard in Sarnico. As it still shines today, when an Aquarama crosses those same waters, carrying with it the memory of Carlo – the man who transformed a family tradition into legend, believing that beauty was the only way.

On the occasion of the 63rd anniversary of the presentation at the Third International Boat Show in Milan, November 1962.

Thanks to Bellini Classic for the images.

by Andrea Baracco

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