Listen

Description

Nel 1931 Gertrude Stein disse a Paul Bowles una sola parola: Tangeri. Non come consiglio. Come se fosse ovvio.

Bowles aveva ventun anni. Salì su un piroscafo, attraversò lo stretto di Gibilterra, e non tornò più.

Quattordici chilometri d’acqua. Da una parte l’Europa, dall’altra l’Africa. Da una parte il Mediterraneo, dall’altra l’Atlantico. Si attraversa in mezz’ora di traghetto. Eppure è il confine più netto del mondo; cambia la luce, cambia l’aria, cambia il tempo che passa.

Bowles lo capì subito. Tangeri non era una destinazione. Era una condizione. Una città che all’epoca esisteva in una zona franca internazionale, governata da nessuno in particolare. Dove le identità scivolavano. Dove un americano poteva diventare qualcos’altro senza che nessuno gli chiedesse spiegazioni.

Ci si trasferì definitivamente nel 1947. Con Jane, sua moglie, anche lei scrittrice. Vissero separati ma vicini, ciascuno con la propria vita parallela. Uniti da quella scelta: stare dall’altra parte.

Bowles non era un marinaio. Non aveva barche. Il mare, per lui, non era uno spazio da attraversare con competenza tecnica. Era uno spazio da abitare con la mente.

Tangeri è una città che guarda il mare su tre lati. Lo senti nell’aria quando gira il vento. Lo senti di notte, nel rumore sordo delle onde contro la medina. Bowles scriveva in quella presenza costante. Il mare era il rumore di fondo dei suoi romanzi.

“Nessun posto è lontano. È solo che il cammino per arrivarci è diverso da quello che ti aspettavi.”

Il suo romanzo più famoso, Il tè nel deserto, non è un libro sul mare. È un libro sulla dissoluzione. Due americani che attraversano il Sahara e si perdono, uno per uno, in un modo che non torna indietro. Ma quella dissoluzione inizia qui — sullo stretto — nel momento in cui si sceglie di passare dall’altra parte.

Lo stretto di Gibilterra lo attraversano ogni anno migliaia di barche. C’è tutta una cultura della traversata atlantica, del rally verso i Caraibi. Si pianifica, si parte, si arriva. Il confine è un waypoint sul chart plotter.

Hemingway stava sul mare. Bowles lo guardava dalla riva. Due americani, due fughe, la stessa domanda: cosa succede quando smetti di tornare? 👇

Bowles non aveva un chart plotter. Aveva una valigia e la parola di Gertrude Stein. Attraversò lo stesso specchio d’acqua, ma in modo diverso: senza intenzione di tornare, senza porto di arrivo già prenotato, senza sapere cosa avrebbe trovato dall’altra parte.

La domanda che lascia è questa: quando usciamo da un porto, stiamo davvero attraversando qualcosa? O stiamo solo cambiando postazione? C’è differenza tra navigare e spostarsi. Bowles la conosceva bene.

“Tangeri è l’unico posto al mondo dove non mi sento straniero. Qui sono straniero per definizione. E questo mi fa sentire a casa.”

Morì a Tangeri nel 1999. Aveva ottantotto anni. Non aveva mai smesso di guardare lo stretto dalla finestra del suo appartamento sulla baia.

Lo stretto di Gibilterra è ancora lì. Quattordici chilometri.

Alcune traversate durano mezz’ora. Altre durano una vita.

by Andrea Baracco

A Tangeri, tra la Medina e la Kasbah, c’era già il nome di Paul Bowles. Non era di passaggio. Era arrivato nel 1931 e non era mai più ripartito. 👇

Yacht Lounge cresce grazie al passaparola tra menti curiose. Se questo articolo ti ha ispirato, condividilo con un amico.

Storie come questa sono il cuore di Yacht Lounge. Se apprezzi questo tipo di narrazione, unisciti ai nostri 3.800 lettori attivi per ricevere ogni settimana approfondimenti che non troverai altrove.

Questo episodio è disponibile anche in Inglese. 👇



This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit yachtlounge.substack.com