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“Non sono un eroe, mi piace viaggiare e non amo le regole.” Corto Maltese si presenta così, con la nonchalance di chi non deve niente a nessuno. Figlio di un marinaio della Cornovaglia e di una gitana di Gibilterra, apolide per nascita e per scelta, cinico per difesa e generoso per natura. Hugo Pratt lo disegna sempre in movimento, mai a casa, perché una casa non ce l’ha. Non è un eroe. È qualcosa di più difficile da definire: un uomo che ha scelto il sale sulla pelle come unica vera appartenenza.

Hugo Pratt lo disegna per la prima volta nel 1967, in un’epoca in cui l’Italia inizia appena a muoversi: il boom economico, le prime auto, le prime vacanze. Ma Corto non è un uomo del boom. È il contrario esatto: nessuna proprietà, nessuna carriera, nessun progetto a lungo termine. Si muove tra Venezia, l’Amazzonia, la Siberia, il Pacifico, con la stessa disinvoltura con cui altri cambiano ufficio. Non accumula, non costruisce, non arriva da nessuna parte. Sceglie il mare perché è l’unico spazio dove le regole degli altri non si applicano.

Questo è il nucleo del mito. Non l’avventura, non l’esotico, non il fascino vagamente piratesco. Il nucleo è la sottrazione: Corto è libero perché ha tolto, non perché ha aggiunto. È una figura profondamente anti-moderna in un’epoca in cui la modernità si misurava già in termini di possesso e crescita.

Eppure questo personaggio: anarchico, nomade, sostanzialmente nullatenente, è diventato l’icona di riferimento per un mondo, quello dello yachting, che si fonda esattamente sul possesso. Lo yacht è un asset. Costa, si mantiene, si assicura, si ormeggia, si vende. Come si concilia tutto questo con Corto? La risposta onesta è: non si concilia. E forse è proprio questa la domanda che vale la pena portarsi in mare.

“All’orizzonte ci sarebbe stata sempre un’altra isola. Quell’orizzonte aperto sarebbe stato sempre lì, un invito ad andare.” Hugo Pratt, Una ballata del mare salato

C’è un momento preciso in cui la barca ha smesso di essere uno strumento per andare altrove ed è diventata un posto dove stare. Difficile dire quando è successo esattamente; forse quando i marina hanno iniziato ad assomigliare a condomini sul mare, forse quando il termine “vivere la barca” ha cominciato a significare cucina attrezzata, cabina armadio e connessione stabile. La barca oggi è spesso un’estensione dell’appartamento. Più confortevole, certo. Più bella, probabilmente. Ma fondamentalmente ferma. Anche quando è in movimento.

Corto Maltese non aveva comfort. Aveva il sale sulla pelle, il disagio del mare aperto, la fame vera di scoprire cosa c’era oltre l’orizzonte. Il viaggio per lui non era una cornice, era il contenuto. Non si tratta di nostalgia per una navigazione spartana, si tratta di chiedersi cosa cerchiamo davvero quando usciamo dal porto. Se cerchiamo un altro salotto o cerchiamo qualcosa che non sappiamo ancora nominare.

Quella cosa senza nome è esattamente quello che Pratt ha disegnato per trent’anni. E continua a parlarci perché, in fondo, lo cerchiamo ancora.

C’è chi quella scelta l’ha fatta davvero. Per un lungo periodo, una barca è stata l’unica casa: niente porto fisso, niente indirizzo, solo mare e rotta. Lo abbiamo raccontato in Oceano Segreto, undici episodi in cui l’orizzonte di Corto smette di essere un fumetto e diventa un diario di bordo. Se non l’hai ancora letta, è da qui che si parte. 👇

by Andrea Baracco

Oceano Segreto è anche un podcast 👇

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Questo episodio è disponibile anche in Inglese.



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