I TRE CEDRI 2/3
A un certo punto si trovò in un bellissimo boschetto, dove gli alberi erano così fitti che tenevano sempre all'ombra i prati e trovò una fonte dalle acque così fresche che invitavano a bere: si fermò, prese in mano il coltello e cominciò a tagliare il primo cedro.
In un batter d'occhio apparve una fanciulla bellissima, bianca come la ricotta e rossa come il sangue, che disse:
"Dammi da bere!".
Francesco rimase a bocca aperta, incantato dalla bellezza della fata, non fu tanto svelto a darle l'acqua, e quasi nello stesso istante in cui era apparsa la fanciulla scomparve. Il principe si sentì come se lo avessero bastonato: come sa chi, dopo aver tanto desiderato e cercato una cosa, la perde proprio quando la sfiora con le dita.
Tagliando il secondo cedro gli successe la stessa cosa, e sentì lo stesso colpo. Mentre dai suoi occhi sgorgavano tante lacrime che anche lui pareva una fontana, diceva: "Accidenti a me, sono proprio un disgraziato! due volte me la sono fatta scappare, due volte, come se fossi senza mani! dovrei correre come una lepre, e invece sono più lento di una lumaca! se non mi sveglio perdo tutto, dopo l'uno e dopo il due c'è solo il tre, e se con questo coltello non avrò la mia fanciulla, mi pianterò la lama nel cuore".
Tagliò il terzo cedro e uscì la terza fata, dicendo come le altre due: "Dammi da bere!", ma questa volta Francesco nello stesso istante le diede l'acqua.
Finalmente gli rimase accanto una fanciulla dalla pelle morbidissima e bianca come la ricotta, con le guance rosse come il sangue, di una bellezza mai vista al mondo, con i capelli d'oro fino, così affascinante che incantava chiunque la guardasse. Il principe non capiva com'era potuto succedere, e guardava al colmo della meraviglia quell'incanto venuto dal taglio del cedro, non sapendo se sognava o era desto, domandandosi come avesse fatto a uscire dal frutto asprigno una cosa più dolce del miele, come fosse venuta fuori da un frutto tanto piccolo una fanciulla così grande e ben formata.
Alla fine, realizzando che non era solo un sogno, perché la fanciulla del suo desiderio era viva e vera accanto a lui, la abbracciò a lungo e la coprì di baci. Dopo mille tenerezze, il principe le disse:
"Non voglio, anima mia, portarti dal re mio padre senza le vesti preziose che sono adatte alla tua bellezza e senza il corteo degno di una regina. Perciò, sali su questo albero di cedro dove i rami sembrano un nido pronto per te, e aspetta comodamente il mio ritorno. Io correrò al palazzo di mio padre come se avessi le ali ai piedi, e sarò presto di ritorno per condurti al palazzo reale, vestita, ornata e scortata come si conviene". Poi la salutò e partì.
Proprio allora venne alla fonte una schiava brutta e nera con una brocca: mentre la riempiva, guardando nell'acqua, vide riflesso il bellissimo viso della fata, e credendo che quell'immagine fosse la sua si rimirò e disse:
"Cosa vedono i miei occhi! Sono così bella e devo affaticarmi a riempire la brocca? ma neanche per sogno!". Presa dalla collera scaraventò sui sassi la brocca che andò in frantumi, e andò a casa.
Alla sua padrona disse: "La brocca si è rotta sui sassi!".
Il giorno dopo la schiava nera fu mandata ad attingere acqua con un barilotto, e appena si chinò sull'acqua rivide il bel viso.
Sospirò e disse: "Una fanciulla bella come sono io non deve certo stancarsi a portare un barilotto d'acqua!", poi sfasciò il recipiente e tornò a casa brontolando.
Quando disse: "Un asino per via mi ha rotto il barilotto", la padrona andò in collera, prese una scopa e la riempì di botte. Il giorno dopo le diede un otre e la rimandò alla fonte, dicendole che se questa volta non fosse tornata con l'acqua l'avrebbe sistemata.
Ma, arrivata alla fonte, la schiava rivide la bellissima immagine riflessa nell'acqua, e gridò: "La mia bellezza non ha rivali! Dovrei sposare un principe, non stare qui a faticare per una padrona che mi maltratta: ora ci penso io".
Si levò uno spillone dai capelli e tutta inviperita cominciò a bucare l'otre di qua e là, tanto che l'acqua zampillava da tutte le parti.
Sul cedro la fata si era divertita vedendo cosa succedeva, e a quel punto non riuscì a trattenere una risata. La schiava allora guardò in su, vide la fanciulla tra i rami, e finalmente capì di chi era il bel viso che si specchiava nella fontana.
Disse tra sé e sé: "Per colpa di quella ho rotto una brocca, una barilotto, un otre, ho preso le bastonate, e ora mi prende anche in giro", poi le chiese: "Che ci fai lassù bella fanciulla?".
La fata, che era gentile quanto bella, le raccontò tutta la sua storia, e le spiegò che da un momento all'altro sarebbe tornato il principe per condurla a palazzo con vesti sontuose e un corteo regale.
La serva pensò che poteva fare la sua fortuna, e le disse: "Mentre aspetti il tuo sposo, fammi salire sull'albero con te, ti pettino ben bene e ti faccio diventare ancora più bella!".
Dopo averle detto: "Che tu sia la benvenuta, amica mia!", la fata porse la sua manina bianca e morbida alla schiava, che la agguantò con la mano secca e nera e si tirò su.
Ma mentre le accarezzava i capelli, le piantò lo spillone nel capo, e la fata, sentendosi trafiggere, gridò:
"Colomba, colomba!", e trasformatasi in una colombina bianca prese il volo.
Allora la schiava nera si levò i suoi brutti vestiti, li scaraventò lontano, e si accoccolò fra i rami ad aspettare.