Giorgio De Chirico era arrivato con il fratello Alberto e con la madre nella città estense, dopo aver lasciato la vivace Firenze. Giorgio era, in realtà, afflitto dalla nostalgia per la Parigi di Apollinaire e di Guillerme.
Gli ci volle del tempo per cominciare ad amare quella città della provincia italiana che a prima vista gli era parsa troppo sonnecchiosa. Di lei dice: «L’aspetto di Ferrara, una delle più belle città d’Italia, mi aveva colpito; ma quello che mi colpì soprattutto e mi ispirò nel lato metafisico nel quale lavoravo allora, erano certi aspetti di interni ferraresi, certe vetrine, certe botteghe, certe abitazioni, certi quartieri, come l’antico ghetto ove si trovavano dei dolci e dei biscotti dalle forme oltremodo metafisiche e strane». (De Chirico, Memorie, in Baldacci 1997).
Il goloso Giorgio s’innamorò di Ferrara, in particolare delle sue botteghe artigiane, prediligendo le pasticcerie del ghetto ebraico. I dolci ammirati nelle vetrine entreranno in diversi quadri, spesso scollegati dalla composizione, creando un forte senso di spaesamento. Cosi i biscotti sono rappresentati evidenziando la loro consistenza, mettendo in mostra la loro rugosità. I solchi ricavati dall’incisione dei rebbi delle forchette emergono creando un gioco di luci e ombre.