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Description

Ci sono strade che portano a una Roma silenziosa, a due passi dal caos. Come Via Frattina, una traversa di Piazza di Spagna. Qui si fermò James Joyce, con moglie e figlio, al secondo piano del numero 52, in una stanza senza cucina, per 40 lire al mese. Era venuto per lavorare, così, dal primo agosto del 1906, iniziò a:
- fare l’impiegato in banca, nove ore al giorno, sei giorni su sette, odiando tutto dal minuto due.
- la domenica visitare il Pincio, che gli sembrò solo un bel giardino, San Pietro, che gli sembrò poco più grande di San Paolo a Londra, non visitare il Vaticano che la domenica era chiuso e gli sembrava assurdo.
- visitare i Fori e il Colosseo, davanti ai quali Roma gli sembrava un uomo che si mantiene col mostrare ai viaggiatori il cadavere di sua nonna.
- scontrarsi con la burocrazia di Roma, la sua apatia, la sua prosaicità, passano il tempo a scoreggiare e a preoccuparsi dello stato dei loro coglioni.
- apprezzare solo l’aria di Roma, l’acqua e il cibo, che consumava alla vicina bottiglieria del signor Pace.
- spendere molto dal signor Pace, dove il figlio imparò a dire appetito e Joyce riprese a bere troppo.
- farsi sfrattare da Via Frattina, finendo col resto della famiglia in una stanza dove il solo letto non riusciva a contenerli tutti.
- lavorare anche di sera, dando svogliate lezioni di inglese ad allievi più svogliati di lui.
- non guadagnare abbastanza, non scrivere nulla, non divertirsi mai.
Dopo sette mesi Joyce decise di lasciare Roma. Si licenziò dalla banca, andò a festeggiare a modo suo e bevve così tanto che fu facile rubargli il portafoglio, con la liquidazione dentro. Comunque, a Roma, Joyce qualcosa scrisse. Una parola, a cui, dopo, ne avrebbe aggiunte 265mila,“Ulisse”.