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La sesta puntata di Noise Connection si apre con un viaggio dentro le radici più laterali del Grunge, quelle che non hanno mai sfondato davvero il mainstream ma che raccontano meglio di chiunque altro la complessità di Seattle. Il percorso parte dai Truly e dalla loro "Blue Flame Ford" , un brano che porta con sé l’eco psichedelica dei Doors e la malinconia ruvida degli Screaming Trees. Il loro unico album del 1995, "Fast Stories… From Kid Coma" , è il risultato di un incontro tra esclusi di lusso: Robert Roth alla voce, Mark Pickerel alla batteria e Hiro Yamamoto al basso, tre figure che hanno sfiorato la storia del Grunge senza mai salirci davvero sopra. Un supergruppo involontario, nato più da fughe e abbandoni che da ambizioni di gloria.

La puntata prosegue con gli Alice in Chains e la loro "Bleed the Freak" , contenuta in "Facelift" (1990). 
Un brano che rappresenta la fase più Hard Rock della band, quando il loro stile non aveva ancora assunto la cupezza definitiva di "Dirt" . Qui emergono già le dissonanze vocali, la chitarra bluesy di Cantrell e la voce sensuale di Staley, elementi che rendono gli Alice in Chains immediatamente riconoscibili. Il testo è un grido di rivalsa contro chi giudica e disprezza, un inno alla resilienza che anticipa la poetica dolorosa della band.

Il viaggio continua con i Mother Love Bone e la loro "Bone China" , un classico Glam‑Grunge che racconta la fragilità delle relazioni e la vulnerabilità emotiva di Andrew Wood. La band rappresenta il ponte ideale tra i grezzi Green River e i futuri Pearl Jam: stessi musicisti, stessa scena, ma un’attitudine più romantica e teatrale. La voce di Wood, a metà tra Axl Rose e un sognatore fuori tempo, è il cuore pulsante di un progetto che si è spento troppo presto, lasciando però un’impronta indelebile nella storia di Seattle.

Si passa poi ai The Derelicts con "Born to Kill" , una cover dei "Damned" trasformata in un’esplosione Garage Punk dal sapore mudhoneyano. Una presenza anomala nella puntata, giustificata dal fatto che la band partecipò a una compilation tributo ai Damned insieme a molti nomi della scena di Seattle. Per l’occasione rallentarono la loro furia Hardcore, avvicinandosi a un suono più sporco e fangoso, quasi un omaggio involontario al Grunge primigenio.

Arriva quindi il turno dei Surgery con "Bootywhachk" , Noise Rock dell’East Coast che sfiora il Grunge solo per affinità di caos. Provenienti da Manhattan, i Surgery furono sostenuti da Kim Gordon dei Sonic Youth, figura onnipresente nelle produzioni dell’epoca e ponte vivente tra le due coste. Il loro rumore è più disciplinato rispetto ai maestri del feedback, ma conserva quella tensione abrasiva che li rende perfetti per una puntata dedicata alle contaminazioni.

La scaletta si avvicina alla chiusura con i The Monkeywrench e la loro versione devastata di "Bottle Up & Go" , Blues del 1932 reso celebre da "John Lee Hooker" . Mark Arm e Steve Turner, in pausa dai Mudhoney, trasformano il brano in un vortice Garage‑Punk che rende quasi impossibile riconoscerne l’origine. È un tributo alla tradizione reinterpretato con l’attitudine Grunge più pura: prendere un genere sacro, sporcarlo, reinventarlo e farlo esplodere.

La puntata si chiude con i Tool e "Bottom" , estratta da "Undertow" . Un brano intenso, ancora legato alle sonorità più dure degli esordi, prima che la band intraprendesse percorsi più progressivi e lontani dal Seattle sound. Sul finale compare la voce parlata di Henry Rollins, icona dei "Black Flag" , a chiudere un cerchio ideale con i riferimenti Punk disseminati lungo tutta la puntata. In sottofondo, la coda si dissolve sulle atmosfere sospese di "November Hotel" dei Mad Season.

Playlist:

1. Blue flame ford - TRULY
2. Bleed the freak - AIC
3. Bone china - MOTHER LOVE BONE
4. Born to kill-DERELICTS
5. Bootywhack-SURGERY
6. Bottle up&go-MONKEYWRENCH
7. Bottom-TOOL