La tv italiana ha accolto nei suoi palinsesti l’animazione giapponese già a metà degli anni Settanta: gli anime, però, non sempre sono un prodotto destinato ai bambini di dieci anni – e così gli adattatori accorciano le puntate, manomettono i dialoghi, sforbiciano le sequenze e stravolgono il senso delle trame: da cui scompaiono le mestruazioni, gli amori omosessuali e gli amanti del travestitismo.