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Elly Schlein figura come l'astro nascente della sinistra fucsia neoliberale: a tal punto che, indubbiamente, i fari sono puntati su di lei, quasi come se non ci fosse partita con Bonaccini per la guida del Partito democratico, fronte avanzato della modernizzazione turbocapitalistica. Il successo politico di Elly Schlein si spiega per tanti motivi, tutti coerenti con l'orizzonte di senso neoliberale di una sinistra che ha tradito Marx e Gramsci per consegnarsi a una visione completamente organica a quella dei gruppi dominanti dell'oligarchia finanziaria o patriziato cosmopolitico che dir si voglia. A parole, Elly Schlein si professa critica del neoliberismo, ma nei fatti il suo discorso resta integralmente sotto il segno neoliberale: il mercato capitalistico e l'imperialismo statunitense restano i due presupposti indiscussi, le due divinità che danno senso all'ordine delle cose. Tant'è che il punto di forza di Elly Schlein e della sua visione politica restano i diritti civili, nobile nome oggi impiegato per alludere ai capricci individualistici di consumo propri dei ceti abbienti: quei ceti abbienti per i quali ogni desiderio deve tradursi in diritto; e, ove ciò non accada, occorre battersi contro la "discriminazione". Certo, le discriminazioni sono una cosa orrenda, nessuno lo mette in discussione. Ma il termine discriminazione è stato stravolto: diventa, nella neolingua liberista, la parola chiave che, nel registro postmoderno della neosinistra glamour, allude a tutto ciò che ancora resista alla mercificazione, alla sussunzione sotto la logica illogica dell'economia di mercato. Per questo, un concetto apparentemente sacrosanto come "lotta contro tutte le discriminazioni" si capovolge, nell'orizzonte di senso neoliberale, nella lotta contro tutti i limiti e tutte le resistenze al progresso capitalistico, alla rioccupazione integrale del materiale e dell'immateriale da parte della logica mercantile. Occorre conseguentemente riconsiderare criticamente il tema stesso dei diritti civili così come vengono presentati dalla regione neoliberale a cui la stessa sinistra ha ceduto testa e cuore. Per farlo, occorre distinguere i sacrosanti diritti civili, in nome dei quali è giusto combattere, da quelli che impropriamente vengono detti diritti civili e che, come l'utero in affitto per menzionarne uno soltanto, sono solo i capricci di consumo degli happy few del globalismo. In particolare, occorre chiarire come le battaglie per i diritti civili vengano artatamente usate dalla new left come alibi per abbandonare integralmente i diritti sociali e del lavoro, lasciando le stesse classi lavoratrici al proprio destino e alla miseria che la globalizzazione neoliberale impone loro. Paradossalmente, la lotta per l'utero in affitto scavalca quella per il welfare e per i diritti sociali. Del resto, anche nei sermoni di Elly Schlein i lavoratori non compaiono mai: il loro posto, centrale nel discorso di Marx e di Gramsci, è stato rioccupato da nuove figure presuntamente avanguardistiche come i migranti e i vegani, gli ambientalisti e i nuovi araldi dell'eroticamente corretto. Figure rispettabilissime, intendiamoci: ma che nulla hanno a che fare di per sé con il progetto di Marx e del superamento rivoluzionario del modo capitalistico della produzione. Insomma, se la sinistra fu con Marx e Gramsci ciò che lottava per il lavoro e per i lavoratori, oggi con Elly Schlein compie definitivamente la propria "mutazione", come la ha recentemente definita Luca Ricolfi in un suo pregevolissimo studio: per mutazione si intende appunto il proprio divenire ciò contro cui combatteva, dunque il proprio trasformarsi in guardia fucsia del capitale e della visione del mondo di completamento del rapporto di forza egemonico. La questione dei diritti civili occupa una parte centrale in questa metamorfosi kafkiana che ha portato la sinistra da baluardo della lotta per il lavoro a bastione della battaglia contro i lavoratori.
Il fatto che recentemente Elly Schlein abbia proposto, in maniera quasi dadaistica, di ribattezzare il Partito democratico come "partito del lavoro" rappresenta il vertice di questa metamorfosi in cui la distanza tra parole e cose si fa abissale. Come non mi stanco di dire, se la sinistra abbandona Marx e Gramsci, occorre abbandonare la sinistra: occorre abbandonarla, per continuare sulla strada di Marx e di Gramsci.