Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che designa Antifa come “organizzazione terroristica interna” negli Stati Uniti. Nel testo, Antifa viene descritta come un’entità militante e anarchica che invoca il rovesciamento del governo e del sistema legale, accusata di portare avanti una campagna di violenza: scontri con la polizia, rivolte, aggressioni, minacce, doxing di attivisti e figure politiche. L’ordine impegna le agenzie federali a smantellarne le presunte attività illegali.
La realtà, però, è più complessa. Antifa non è un’organizzazione centralizzata: non ha leader, statuti o quartier generale. È un termine ombrello che indica reti locali e informali di attivisti antifascisti, spesso anarchici o anticapitalisti. Negli Stati Uniti la prima formazione riconducibile al nome risale al 2007 a Portland, ma il movimento affonda le radici nell’Europa degli anni Venti, in risposta alla violenza fascista.
Negli USA, la legge consente la designazione di organizzazioni terroristiche solo se straniere. Per le entità interne non esiste un meccanismo giuridico equivalente, e lo stesso direttore dell’FBI ha definito Antifa “un’ideologia, non un’organizzazione”.
L’ordine di Trump appare dunque più come un atto politico a mettere a tacere gli avversari politici che come una misura legale efficace.
Si criminalizza un’idea — l’antifascismo — e si apre la porta a derive contro la libertà di espressione e di protesta sancite dal Primo emendamento negli USA, proprio là dove si è cominciato a lamentarsi che non si potesse più dire niente..
La storia dell’antifascismo, dagli Arditi del Popolo in Italia agli anni Ottanta in Germania, mostra che i movimenti Antifa hanno sempre avuto forme fluide e decentralizzate di organizzazione. Non esiste alcuna prova che esiata un'Antifa che persegue un piano unitario di sovvertimento dello Stato.
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