Il 14 ottobre 2025 un contingente di circa trenta operatori tra carabinieri, poliziotti, vigili del fuoco e ufficiali giudiziari è pronto a intervenire.In prima linea ci sono militari dell’aliquota di primo intervento del Nucleo Operativo e Radiomobile di Padova, delle squadre operative di supporto del 4° Battaglione Carabinieri Veneto e del 2° Battaglione Carabinieri Liguria, reparti specializzati impiegati in operazioni ad alto rischio dell’Arma dei Carabinieri e unità operative di primo intervento della Polizia di Stato, della Questura di Verona.
Dopo pochi minuti dall’arrivo di questo contingente, l’edificio esplode violentemente.Era stato saturato di gas proveniente da numerose bombole sul tetto.All’interno vengono trovate bottiglie incendiarie, di cui almeno due integre: molotov.Il crollo della struttura provoca la morte di tre carabinieri e il ferimento di numerosi operatori.
Il 23 ottobre 2025, davanti a un condominio a due passi dalla Fiera di Bologna, in via Michelino 41, decine di agenti di polizia e carabinieri, con caschi e manganelli, si appostano davanti all’edificio, abbattono un muro, entrano.
Questi due scenari non sono scenari di guerra.Sono scenari di sfratti.Nel primo caso sono morti tre carabinieri.Nel secondo abbiamo visto manganellare i proprietari, gli affittuari, in una situazione in cui erano presenti anche dei bambini — a quanto pare anche bambini disabili.E allora, come è possibile che succeda qualcosa del genere?
La narrazione mainstream, superata l’onda di indignazione — che dura poco — nei confronti delle famiglie sfrattate, si concentra sulle morti dei carabinieri, e lì non si può che empatizzare.Ma poi cala il silenzio.Nei video che arrivano da Bologna si vedono le forze di polizia in tenuta antisommossa, impegnate a eseguire un ordine che costringe due famiglie a lasciare gli appartamenti in cui vivono.Scena documentata da attivisti presenti, brutale.La morte dei tre carabinieri, ancora più che brutale.
Questi due episodi sono simboli di qualcosa che ha un nome preciso: crisi abitativa.Le famiglie, che paghino o meno l’affitto — e poi ci arriviamo — stanno occupando immobili che le proprietà, per vari motivi, hanno deciso di riconvertire in strutture da affittare a prezzi più alti, o per affitti brevi, o per altro.
Questi eventi non sono anomalie, ma sintomi.Sono punti di rottura di un conflitto sociale che attraversa tutto il Paese.E mentre a Bologna si usa la forza per fare spazio ai turisti — pare, anche se la proprietà ora dice che non è vero — in tutta Italia si muovono campagne come Ottobre Sfratti Zero, promossa dai sindacati degli inquilini.A Roma ci sono assemblee pubbliche con lo slogan Passaggio da casa a casa, per chiedere soluzioni abitative prima degli sgomberi.A Milano presidi davanti a Palazzo Marino per denunciare il paradosso di seimila alloggi comunali lasciati vuoti, mentre centinaia di famiglie vivono in emergenza.Eppure, gli sfratti continuano.
Nel 2024, secondo i dati ministeriali, in Italia sono stati richiesti 81.054 provvedimenti di sfratto.Sono seguite 40.158 richieste di esecuzione e sono stati eseguiti 21.337 sfratti.
Le famiglie vengono definite “morose”, e parte subito la retorica del “poveri proprietari”: che cosa dovrebbero fare per tutelarsi? La legge, si dice, è troppo a tutela dell’inquilino.Ma nel 2024 l’esecuzione degli sfratti con la forza pubblica ha riguardato 21.337 famiglie.Centosei famiglie al giorno lavorativo, come se ogni giorno, in Italia, un intero condominio venisse privato del tetto.Dal 2022 al 2024 si arriva a un totale di 73.000 famiglie sfrattate: l’equivalente della popolazione di una città media.
Il fenomeno non è uniforme. Ci sono focolai di crisi, discrepanze tra dati nazionali e locali, e spesso la narrazione si piega agli interessi.Si leggono titoli come “gli sfratti si riducono”, ma sono dati parziali.A Reggio Emilia, per esempio, le esecuzioni sono diminuite dell’8,6%, ma il dato nazionale resta drammatico.
Il 75% degli sfratti è per morosità: mancato pagamento del canone. Poi ci sono quasi ottomila casi per finita locazione e oltre duemila per “necessità del locatore”. E le famiglie morose non è che non vogliano pagare: non possono. Perché i salari sono fermi, i lavori precari, il costo della vita aumenta, gli affitti diventano insostenibili, soprattutto nelle grandi città. Il mancato pagamento non è una scelta, ma il risultato di un’equazione: entrate insufficienti, uscite essenziali.
Bisogna scegliere se pagare l’affitto o curarsi, se pagare l’affitto o mandare i figli dal dentista.
La crisi degli sfratti è strutturale. Non è una crisi di legalità o di moralità, come vorrebbero farla passare. Non è un attacco alla proprietà privata. È una crisi di accessibilità economica.È il prodotto diretto di un mercato immobiliare completamente sganciato dalla capacità di spesa delle famiglie, soprattutto quelle a reddito medio-basso, e di un welfare che non funziona più.Colpevolizzare l’inquilino moroso significa assolvere un sistema che prima produce povertà e poi espulsione abitativa.
Per capire questa crisi bisogna guardare alla storia.
La proprietà privata non è un concetto naturale: è un costrutto giuridico e politico.
Nasce da conflitti sociali, si trasforma nel tempo, affonda le radici nel pensiero liberale di John Locke, secondo cui la proprietà nasce dal lavoro. Ma quante proprietà nascono davvero dal lavoro, e quante invece da eredità, censo, classe? La Rivoluzione francese la definisce “diritto inviolabile e sacro”: e già allora, nel 1789, il linguaggio religioso ne segna la forza.Il Codice civile italiano del 1942 — in pieno fascismo — la conferma: “Il proprietario ha diritto di godere e disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo.”
Due parole che dicono tutto: pieno ed esclusivo.
La Costituzione del 1948, nata dalle ceneri del fascismo, prova a limitare quell’assolutismo.Riconosce la proprietà privata, ma stabilisce che debba avere una funzione sociale.
Un principio nobile, ma oggi svuotato di significato.In Italia ci sono quasi dieci milioni di case vuote o sfitte — il 27% del patrimonio immobiliare nazionale — a fronte di 650.000 famiglie in lista d’attesa per una casa popolare.Un paradosso strutturale: un Paese ricco di immobili, povero di politiche abitative.
La casa è diventata il principale pilastro della ricchezza familiare, e quindi un motore di disuguaglianza.
Chi ha case ha vantaggio. Chi ne ha più di una, ancora di più.
E chi non ne ha paga tutto. Poi magari si lamenta pure chi "deve ricorrere alla forza” per far rispettare il proprio diritto di proprietà.
In questo contesto, pensiamo a chi perde il lavoro, alle famiglie monogenitoriali, agli anziani, ai giovani che cercano una stanza vicino a scuola o al lavoro. Pensiamo a chi ha la pelle del colore sbagliato per essere considerato “italiano”.E allora i due scenari con cui abbiamo aperto — le morti, le manganellate — diventano il riflesso di un fallimento collettivo.
Perché la crisi abitativa italiana non è una calamità naturale.
È il risultato di scelte politiche, economiche e culturali precise: abbiamo privilegiato il valore di scambio della casa, non il suo valore d’uso.
Abbiamo scelto di trattarla come merce, non come diritto.
Ora ne paghiamo le conseguenze: disuguaglianza, precarietà, sofferenza sociale.Il diritto di proprietà è stato concepito come pieno ed esclusivo, e ha divorato la sua funzione sociale.Le alternative esistono, ma mancano la volontà e la visione.
Servirebbero politiche pubbliche, investimenti, un piano abitativo equo.
Garantire un tetto non è un costo. È un investimento. Per la salute, la coesione sociale, la vitalità economica del Paese. La battaglia per la casa è una battaglia per il tipo di società in cui vogliamo vivere: una fondata sulla rendita e sull’esclusione, o una fondata sulla dignità e sul diritto universale ad abitare.
Personalmente, so in quale vorrei vivere. E so anche da che parte è schierato Slowly.
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