Nel soffocante pomeriggio del 12 giugno 1968 un convoglio funebre lasciava la cattedrale di San Patrizio e la città di New York. Nell’ultimo vagone del treno diretto a Washington riposava il feretro del senatore Robert F. Kennedy. Insieme alla comitiva, migliaia di persone aspettavano lungo i binari per dargli l’ultimo addio sotto un caldo asfissiante. La morte del senatore e candidato alla presidenza, a soli quarantadue anni, rievocò la costernazione nazionale che seguì l’assassinio di suo fratello maggiore, John Kennedy, avvenuto cinque anni prima. Ma coloro che piangevano la perdita di RFK potevano consolarsi con un fatto: il dipartimento di polizia di Los Angeles, che investigava sull’omicidio, assicurò di non avere dubbi sull’autore del crimine, a differenza di ciò che era avvenuto con il presidente alla fine del 1963 a Dallas. La notte dell’omicidio di Robert Kennedy un immigrato palestinese di ventiquattro anni, Sirhan Bishara Sirhan, venne arrestato con una pistola appena usata davanti a oltre settanta testimoni. La polizia era certa di aver catturato il colpevole. Per vent’anni le indagini sull’omicidio rimasero archiviate e la scarna versione di Sirhan Sirhan, che dichiarò di avere agito solo, fu considerata veritiera. Tuttavia, ancora oggi molte persone nutrono forti dubbi in proposito. L’assassinio di Robert Kennedy fu l’atto disperato di un folle? Fu il frutto di una cospirazione su larga scala? Indubbiamente, Robert Kennedy aveva nemici con motivi sufficienti per volerlo uccidere.