Pietro e Paolo: due grandi, un'unica festa
Mi colpisce sempre che la Chiesa celebri insieme, nello stesso giorno, due figure enormi come Pietro e Paolo. E quest’anno, che la solennità cade pure di domenica, questo fatto risalta ancora di più. Mi viene quasi da pensare che sia “troppo” per un solo giorno, tanta è la ricchezza delle loro vite e della loro testimonianza. Anche perché erano così diversi! Hanno vissuto storie lontane l’una dall’altra, avevano caratteri, cammini e ruoli diversi. Eppure, entrambi sono stati decisivi per la Chiesa, ieri come oggi.
Così mi sono chiesto: cosa li unisce? Cosa possiamo raccogliere da loro? E ho trovato tre tratti comuni, che parlano anche alla mia vita, alla nostra vita.
Il dono della rivelazione
Il primo punto che mi colpisce è che per entrambi l’incontro con il Signore è stato una rivelazione, non un ragionamento. Pietro, quando risponde alla domanda di Gesù – “Voi, chi dite che io sia?” – lo fa con parole forti: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Ma Gesù subito chiarisce: non è frutto della sua intelligenza, ma una rivelazione del Padre.
E Paolo? Anche lui non arriva alla fede per logica o studio. Anzi, la sua logica lo aveva portato a perseguitare i cristiani! Ma sulla via di Damasco gli si manifesta una luce, una presenza, una voce. E nella Messa prefestiva abbiamo letto: “Dio si compiacque di rivelare in me suo Figlio”. Anche lui ha ricevuto un dono, inatteso e gratuito.
Questo mi fa riflettere molto: la fede è un regalo, non è un traguardo che si conquista. A volte ci chiediamo con ansia come trasmetterla ai nostri figli o ai nostri ragazzi che non frequentano più. Ma non è qualcosa che si impone. È Dio stesso che la mette nel cuore. L’unica cosa che possiamo fare è aprire il cuore all’incontro.
Una missione umanamente impossibile
Il secondo tratto che unisce Pietro e Paolo è che ricevono una missione impossibile. Gesù affida a Pietro un compito immenso: “Pasci le mie pecorelle”, “Su di te edificherò la mia Chiesa”. A un pescatore! Paolo, invece, parte per portare il Vangelo in tutto il Mediterraneo, a piedi o su piccole barche, attraversando terre sconosciute, villaggi sperduti, fatiche senza fine.
Mi è tornato in mente un viaggio fatto due anni fa, seguendo le orme di Paolo. Quando siamo arrivati ad Antiochia, davanti al mare, mi sono detto: “Da qui è partito per annunciare Cristo a tutto il mondo conosciuto”. Un’impresa gigantesca. Quando poi siamo giunti in Turchia, davanti ai monti, mi è sembrato davvero incredibile pensare che Paolo li abbia affrontati tutti, passo dopo passo, con una fede incrollabile.
Anche la nostra missione sembra impossibile
E oggi, ascoltando Paolo che dice: “Il Signore mi è stato vicino perché portassi a compimento l’annuncio del Vangelo”, mi viene da pensare: anche a noi sono affidate missioni impossibili. Crescere dei figli, affrontare una malattia, superare un lutto, vivere la fedeltà nel matrimonio, servire nella parrocchia, trovare senso e forza nel lavoro. Quante volte tutto ci sembra troppo per noi!
Ma Pietro e Paolo mi insegnano che non devo avere paura. Erano uomini semplici, eppure Dio ha fatto grandi cose attraverso di loro. Non erano supereroi. Erano riempiti dello Spirito, e questo ha fatto la differenza. Per questo anche la mia “missione impossibile” può diventare possibile, se mi affido al Signore.
La forza nella fragilità
Il terzo tratto che li accomuna è la fragilità. Pietro viene arrestato da Erode dopo la morte di Giacomo, rinchiuso in carcere sotto una sorveglianza impressionante. Una situazione senza uscita. Mi viene in mente il carcere vicino a casa mia, con quei blocchi di cemento, le finestrine piccole, il caldo soffocante. Così immagino anche Pietro, chiuso, bloccato, impotente.
E Paolo? Sempre in pericolo. Processi, fustigazioni, minacce. Oggi dice: “Fui liberato dalla bocca del leone”. E nei versetti che non abbiamo letto, confessa di essere stato abbandonato da tutti. Parla anche di Alessandro il fabbro, un uomo pericoloso. E poi c’è quel celebre passo in cui racconta della spina nella carne, quella debolezza da cui chiede a Dio di essere liberato. Ma la risposta è: “Ti basta la mia grazia”.
Mi fa bene sapere che anche loro erano fragili. E che proprio nella debolezza si rivela la potenza del Vangelo. Pietro viene liberato miracolosamente dal carcere: sembra un sogno, tanto che nessuno ci crede. Ecco, quando Dio entra nella mia vita fragile, in mezzo alle catene, alle mie prigioni, allora sento che qualcosa cambia. Mi sento liberato.
E mi chiedo: qual è la mia fragilità? Da quale catena penso di non poter uscire? E mi risuona forte quella frase: “Il Signore mi è stato sempre vicino”. È così anche per me?
Un’eredità da raccogliere
Alla fine, questi tre tratti mi rimangono impressi nel cuore:
La fede come dono del Padre;
La missione impossibile da accogliere con fiducia;
La fragilità come luogo della grazia.
E poi mi colpisce molto come Paolo conclude il suo cammino: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. È la testimonianza di una vita spesa fino in fondo. Dice che gli resta solo la corona di giustizia.
Ma poi continua, come se non fosse davvero finita. Chiede di portargli le pergamene, il mantello… continua a pensare agli altri. Questo mi dà forza: anche se mi sento all’inizio o alla fine del mio percorso, ho una testimonianza da dare, un Vangelo da annunciare, una gioia da vivere.
E allora mi affido. Voglio anche io, nella mia vita concreta, testimoniare con gioia, senza paura, il Signore che mi ha chiamato, così come ha chiamato Pietro e Paolo.