Di un teatro si può parlare descrivendone la bellezza: drappi di velluto, statue d’ottone, stucchi preziosi o perfino parlando dei concertisti e ballerini che hanno eseguito la loro migliore esibizione. Oppure, invitandovi a mettervi comodi in un luogo speciale: tra i palchetti d’onore, dove incontreremo le voci delle donne e degli uomini illustri che hanno dato vita alla storia del Teatro Cagnoni di Vigevano.
Narratore: In questo episodio incontreremo Cesare Bonacossa, commendatore e Grande Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia, nominato Conte da Sua Maestà il Re, e industriale di Vigevano.
Cesare Bonacossa: Chissà quante volte, passandovi uno scampolo di seta tra le mani, vi è capitato di pensare al tempo che c’è voluto per realizzarlo. Qualcuno tra di voi dirà 10 ore, 20, 50. Io vi dico, che per realizzare la seta migliore, ci vogliono anni. Forse centinaia. E non perché un baco impiega così a lungo per fare il proprio dovere, e la colpa non è neppure delle mie macchine da filanda… Per realizzare la seta migliore serve conoscenza, esperienza, e per quello ci vogliono anni. Perciò, ogni volta che vi passate un pezzo di seta liscia tra le mani, pensateci. Pensate alla sapienza tramandata della lavorazione della seta, e al viaggio lungo che ha compiuto, dall’Oriente fino a noi, per arrivare anche qui a Vigevano.
N: Quella della seta vigevanese è una storia antica, che si intreccia ai ricordi di un'epoca lontana fino al tempo di Ludovico Sforza, tra tutti forse il vigevanese più noto. Allora, quando le spedizioni tornavano cariche di novità e meraviglia, cominciò a fare la prima comparsa un tessuto di una consistenza fina e incantevole. Ludovico ne rimase così affascinato da ordinare che venissero piantati alberi di Gelso nelle sue terre, di cui i bachi da seta sono ghiotti. Il “murôn”, gelso in lombardo, divenne un tratto distintivo di Ludovico che tutti conosciamo come il Moro forse proprio per questo motivo.
C: In alcune delle nostre filande scorrevano fili di seta dei bachi cresciuti mangiando le foglie dei gelsi discendenti di quelli del Moro.
N: Il Duca inaugurò una tradizione che sarebbe durata secoli, e che, in un certo senso avrebbe fatto la fortuna della famiglia Bonacossa. Della filatura della seta loro ne fecero una vera industria, aprendo diverse filande da centinaia di lavoratori, di cui una a Vigevano. Della storia degli imprenditori vigevanesi, si possono vedere le tracce in un museo speciale, quello dell’imprenditoria, in cui potrete ammirare anche una bella pianta di quella che era la Cascami seta, una fabbrica fondata anch’essa da Cesare Bonacossa a Vigevano. Il museo è accolto all’interno dell’ex orfanotrofio Merula, nell’attuale via Merula al numero 40.
CB: Ma torniamo alla mia filanda. Tutto andò bene fino al 7 gennaio del 1877. Avevamo fatto costruire la fabbrica più grande di Vigevano, al cui interno correvano giorno e notte le avanguardistiche macchine a vapore da filatura. Non immaginavamo che sarebbero bastate tre ore per mandare in fumo l’attività di una vita per noi e per i nostri operai.
N: Fu un incendio come non se n’erano mai visti a Vigevano. Lo stabilimento sorgeva lungo via Rocca Vecchia, all’angolo con Corso Carlo Alberto, l’attuale via Buozzi. “Suonavano le due della notte passata e dal campanile della chiesa del Carmine gli allarmanti rintocchi che segnalavano il fuoco facevano trepidare tutti i vigevanesi non immersi in sonni profondi". La filanda sorgeva a 50 metri dal vescovado, “perfino monsignor Gaudenzi uscì con un domestico per osservare l'incendio". Tutti corsero in strada per vedere cosa fosse quella nube arancione che aveva illuminato la notte ovunque in città. Insieme ai pompieri arrivarono i soldati del presidio che si diedero subito da fare "troncando la comunicazione del gas e lasciando libero il vapore della motrice". L’incendio fu testimoniato da un quadro di Giovan Battista Garberini, pittore locale, anche autore dei velari del teatro Cagnoni.
CB: Accorremmo anche noi, fummo tra i primi ad arrivare. La fabbrica che io e mio fratello Giuseppe avevamo voluto per Vigevano era immersa tra fiamme e scintille che divoravano ogni cosa: le macchine da filanda, i decori della facciata... non risparmiarono nulla. Di un edificio di ben cinque piani in cotto - portabandiera della nostra industria manifatturiera - non era rimasto che uno scheletro di travi e pilastri. Ci vollero tre ore per domare le fiamme alte più di venti metri.
Al mattino, tra quel poco che fu risparmiato, con la gola secca per l’odore pungente, dovemmo ricostruire dalla cenere tutta la nostra fiducia nel futuro.
N: Qualcuno disse che fu colpa del gas, altri ancora della legna o delle candele lasciate accese. Cosa accadde con certezza i Bonacossa non lo seppero mai. Più sicuro, invece, fu il grave problema sociale che ne seguì.
CB: Come per noi, anche per i nostri lavoranti divampò l’incertezza. È vero che la mia famiglia poté contare su altri fondi: soldi, titoli azionari, proprietà e crediti che ci permisero di ricominciare. Ma le centinaia di famiglie di operai impiegati nella fabbrica avevano bisogno di qualcosa di più certo che promesse di occupazioni future. Già una settimana dopo il Ministero dell’Interno destinò 4000 mila lire per provvedere al loro sostegno. Cifra poi triplicata grazie alla generosità di altri notabili e benestanti di Vigevano. Un bagliore di speranza che riaccese la fiducia in città, e ci diede la giusta tregua per capire cosa fare.
N: La soluzione arrivò presto e aveva tutta la forma di una nuova filanda. A questa si aggiunse la fondazione della Cascami seta, di cui accennavamo prima, dedicata all’impiego dei residui derivati dalla lavorazione dei bozzoli dei bachi, chiamati appunto “cascami”. Il Conte Bonacossa fece costruire tutto intorno alla fabbrica unquartiere che fu servito da dormitori, asili, astanterie e tutto ciò di cui avevano bisogno gli operai che vi lavoravano e le loro famiglie. Ancora oggi è conosciuto come quartiere Cascame di Vigevano.
CB: Tornò il buonumore, e potei dedicarmi alle altre attività come le opere di bene per Vigevano, prima tra tutte, un nuovo ospedale: l’Ospedale Civile di Vigevano. Poi, mi dedicai al mecenatismo d’arte, e alla mia grande passione, il teatro. In famiglia possedevamo un palco alla Scala di Milano e uno al teatro Galimberti. Quando seppi del Teatro Cagnoni, decisi di acquistare lì un palco uno tutto mio. Un teatro bellissimo che, per certe occasioni speciali volli illuminare con l’elettricità. Una di queste me la ricordo bene: fu una grande festa da ballo nel Cagnoni, tutto ornato di fiori provenienti dalle ricche serre del marchese Saporiti, era il 1898. Dell’illuminazione me ne interessai personalmente, feci portare la corrente elettrica fin lì e in un istante ogni cosa fu illuminata di nuova bellezza. Come si dice in questi casi: fiat lux!
“Racconti dell’Ottocento: i palchettisti del Teatro Cagnoni di Vigevano” è un podcast realizzato dall’Associazione Amici del Teatro Cagnoni di Vigevano. Curatela scientifica dei contenuti di Valeria Silvia Francese.
Progettazione e produzione di testi, speakeraggio e postproduzione a cura di eArs.
Si ringrazia il personale dell’Archivio Storico del Comune di Vigevano per il prezioso supporto nella ricerca dei contenuti.Il brano Ouverture dell’opera Il Ballo in Maschera di Giuseppe Verdi riprodotto nell’episodio è stato eseguito dall’ Orchestra Città di Vigevano. Questo podcast è stato realizzato con il contributo della Fondazione di Piacenza e Vigevano e della Fondazione Comunitaria della Provincia di Pavia Onlus, grazie ai fondi messi a disposizione da Fondazione Cariplo.