Il fotografo svizzero Werner Bischof si affaccia ai primissimi anni del dopoguerra con un profilo da fotografo d’arte e di studio. Seguiva i criteri della Nuova Oggettività: una corrente artistica che, in opposizione all’Espressionismo, voleva rappresentare la realtà senza idealizzazioni, eccessi retorici o metafore. Nelle sue prime foto, paesaggi montani, nature morte e ritratti sono trattati con un rigore formale impeccabile, con precise geometrie e un uso del bianco e nero simile ad un lavoro di grafica.
Bischof parla di quel periodo trascorso in Svizzera, Paese neutrale durante la guerra, come un rifugio d’avorio, dove poté perfezionare la sua tecnica in un ambiente relativamente al sicuro dai pericoli del conflitto.
Con il dopoguerra, lavorando per l’organizzazione umanitaria Swiss Relief e la rivista svizzera Du, l’obiettivo della sua camera si spostò dalla fotografia di studio alla documentazione del dolore e della caparbietà degli esseri umani alle prese con la ricostruzione dell’Europa.
Si creò così uno stile reportagistico in grado di unire ineccepibili composizioni armoniose e temi sociali che colpiscono per sensibilità.
A Berlino, fotografa il Reichstag in rovina all'orizzonte ed in primo piano i resti di un elmetto che si riflettono su una pozzanghera. La costruzione dell’immagine - dove la differente composizione di acqua, terra e rovine genera tre piani distinti - dà vita un’unione perfetta tra precisione grafica e drammaticità. Lo stesso potremmo dire della fotografia scattata a Napoli dove, sullo sfondo di una consapevole alternanza tra spazi vuoti e superfici chiare, vediamo un gruppo di bambini e la scritta “No alla Guerra” - come fosse un messaggio lasciato per il loro futuro.
Si formerà così quell’approccio alla fotografia che diventerà la firma di Werner Bischof, che nel 1949, diventerà il primo membro di Magnum esterno al gruppo dei fondatori.